Ogni artista ha i suoi obiettivi, nella musica come in qualsivoglia altra espressione artistica. E sono obiettivi legittimi, dei punti di arrivo che scandiscono le tappe di un percorso e che dimensionano l’entità di un progetto, inducendo anche a valutarne la reale entità e, quindi, a considerarne le prospettive in senso più o meno incoraggiante. Negli anni ’70, le innumerevoli band (che non si chiamavano ancora band, bensì complessi), avevano la sensazione di essere entrate nel grande mondo del professionismo della canzone, quando potevano disporre di un furgone recante il nome del gruppo.
Era un traguardo importante, anche se ben lungi dall’essere in qualche modo decisivo poiché, nel mondo della canzone, di decisivo non vi è mai nulla. Però sottintendeva che quella band aveva cominciato ad avere al suo attivo un bel po’ di serate e, in diversi casi, anche che si muoveva con il supporto di un contratto discografico. Insomma, in qualche modo il primo grande passo era compiuto anche se il realismo ed una sana consapevolezza rimanevano gli ingredienti necessari per ammortizzare le probabili successive delusioni che per i più, presto o tardi, sarebbero arrivate. Oggi le cose sono profondamente cambiate e mi pare che i nuovi artisti vengano spesso proiettati in una dimensione enfatica un po’ eccessiva. Mi spiego. Annunciare l’uscita dell’album di un artista o di una band pressochè sconosciuti con settimane di anticipo, quasi fossero tutti in trepidante attesa dell’”evento”, mi pare un po’ al di sopra delle righe. Ma ormai, sembra che tutti gli uffici stampa si muovano su quella lunghezza d’onda. Parlare di concerti sold out per artisti che hanno una manciata di serate alle spalle, perlopiù in pub di provincia e la partecipazione a qualche contest più o meno noto, significa generare intorno all’artista stesso aspettative sovradimensionate. Inviare comunicati stampa per lanciare il singolo d’esordio di artisti dei quali si riferisce il nome d’arte senza alcun’altra nota biografica, quasi si trattasse di big a tutti noti, fa quasi tenerezza. Insomma, serve un buon bagno di umiltà e la consapevolezza che mai come in quest’epoca i protagonisti della canzone sono perlopiù meteore ritagliate all’interno di qualche talent e pochissimi sono coloro che, dopo un paio d’anni, possono ancora vantare il prosieguo di una carriera promettente. Non contano più i dischi venduti (infatti non se ne vendono ed il “preorder” che precede l’uscita di molti album, serve perlopiù alle case discografiche per capire se dovranno andare oltre le 200 copie stampate o rimanere più abbottonate). Oggi hanno valore le visualizzazioni in un panorama confuso ed incalzante come quello di internet ove, mentre stai ascoltando una canzone, già stai guardando le altre cento proposte che ascolterai di lì a poco. Ma alla fine, ciò che resta è quasi sempre robetta. Queste sono le cose che vanno prioritariamente dette agli aspiranti cantanti ed alle aspiranti band, smorzando toni e promesse.